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	<title>MODA Archivi &#8212; Marzia Chiesa</title>
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	<title>MODA Archivi &#8212; Marzia Chiesa</title>
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		<title>Economia circolare nel tessile-moda: contesto attuale e scenari futuri con intervista ad Alessandra Guffanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Mar 2022 17:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[ALESSANDRA GUFFANTI]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA CIRCOLARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani, in Italia nel 2020 sono state raccolte 143,3</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/economia-circolare-nel-tessile-moda/">Economia circolare nel tessile-moda: contesto attuale e scenari futuri con intervista ad Alessandra Guffanti</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo l’ultimo <strong>rapporto Ispra</strong> sui <strong>rifiuti urbani</strong>, in Italia nel 2020 sono state raccolte 143,3 tonnellate di capi di abbigliamenti o tessuti dismessi da privati.</p>
<p>Tipicamente il 60% è stato destinato al riciclo (se monofibra) e al riuso (secondamano o upcycling) o un 3% allo smaltimento, mentre 40% viene spedito all’ estero come materiale di basso valore in quanto di composizione mista attualmente non gestibile.</p>
<p>Con riferimento al rapporto tra riuso e riciclo, storicamente si sono trovati nelle raccolte dei cassonetti per l’abbigliamento più capi per il secondamano. Putroppo da 10 anni con l’aumento del fastfashion la quota di capi validi da riutilizzare sta calando fortemente e aumentano quelli da riciclare, che con le nuove tecnologie sarà possibile anche per le fibre miste.</p>
<p>In alcuni comuni la <strong>raccolta differenziata del tessile</strong> avviene già, ma ci sono diversi punti da migliorare, come rendere più accessibili e aumentare il numero delle campane della raccolta, per evitare che rifiuti &#8211; che potrebbero essere recuperati &#8211; finiscano nell’indifferenziato.</p>
<p>Uno scenario che ha spinto così il nostro Paese ad anticipare il recepimento della <strong>direttiva Ue</strong>: dal 1° gennaio 2022 gli enti locali dovranno garantire in maniera capillare il <strong>riciclo dei rifiuti tessili</strong> per risolvere in ottica circolare un problema che unisce la <strong>filiera della moda</strong> e della <strong>sostenibilità</strong>.</p>
<p>Con il <strong>decreto legislativo 116/2020</strong>, infatti, si incentiva la selezione, il riutilizzo e il riciclaggio dei tessili, anche attraverso l’<strong>innovazione, </strong>incoraggiando applicazioni industriali e misure di regolamentazione.</p>
<p>La strategia prevede, tra le altre novità, anche l’introduzione dell’estensione della responsabilità del produttore (<strong>Epr</strong>) nel comparto industriale <strong>tessile-moda</strong>, visto come uno dei migliori strumenti per raggiungere gli obiettivi previsti a livello comunitario per rendere concreto il principio del “chi inquina paga”.</p>
<p>Un percorso che se portato avanti garantirebbe l&#8217;autenticità del percorso delle aziende della <strong>filiera moda </strong>verso la <strong>sostenibilità</strong>.</p>
<p>Sono sempre più i brand, infatti, che riprogettano e riconfezionano capi nuovi, a partire dai propri scarti di produzione, oppure recuperando la materia prima facendola tornare da tessuto a filo.</p>
<p>Ma qual è lo stato dell’arte attualmente e quali sono le ulteriori azioni che possiamo mettere in campo per riconvertire il sistema e avviare una vera economia circolare nel tessile-moda?</p>
<p>L’ho chiesto ad <strong>Alessandra Guffanti</strong>, founder e direttore commerciale di <strong>Guffanti Concept</strong>, nonché Presidente Nazionale Gruppo Giovani di Sistema Moda Italia, che ha fotografato con maestria il contesto storico del settore, per parlare dei trend odierni e degli scenari futuri.</p>
<p><em>Vorrei inquadrare il tema della sostenibilità del tessile da tre angolature. La prima è la storia, la seconda riguarda le prospettive e il terzo riguarda la fotografica odierna.</em></p>
<p><em>Iniziamo dalla storia.</em></p>
<p><em>L’episodio internazionale scatenante che ha segnato il big bang all’interno della coscienza degli imprenditori e dei consumatori è stata purtroppo la strage di Dacca, capitale del Bangladesh, dove crollò il Rana Plaza, un palazzo di nove piani in cui c’erano moltissimi laboratori di manifattura tessile, fornitrici di molte aziende occidentali: morirono 1.129 persone. </em></p>
<p><em>Tale episodio ha coinvolto indirettamente molte aziende anche italiane, che lì avevano la produzione tessile attraverso subfornitori, ponendo il tema della responsabilità sociale; concetto che, ancora prima della responsabilità ambientale, ha portato ad una riflessione sull’ identità del fashion system esautorato dal fast fashion. </em></p>
<p><em>In questo contesto iniziano a nascere delle iniziative di taglio ambientale sia a monte della filiera da parte delle aziende di filatura, tessitura, processi di nobilitazione, confezione e brand e sia da parte dei consumatori stessi. </em></p>
<p><em>In Italia attraverso Sistema Moda Italia, l’associazione di Confindustria del tessile, viene costituita una commissione sostenibilità per mettere a sistema le best practise che hanno uno standard superiore alla normativa attuale in termini chimico-ambientali. Negli anni successivi il consumatore ha potuto percepire gli effort messi in campo attraverso 2 chiavi di lettura: l’adozione di standard di sostenibilità rappresentati da certificati come GOTS per l’organico o GRS per il riciclato oppure attraverso autodichiarazioni sulla tracciabilità della filiera.  </em></p>
<p><em>Il convergere di questo momento storico suffragato da interesse e iniziative sostenibili sia da parte dei consumatori, che delle industrie, ci porta ad uno scenario odierno, post-covid, in cui abbiamo diverse opportunità.</em></p>
<p><em>Da una parte abbiamo contesto politico in cui la Comunità UE che nel 2018 ha promosso la creazione di una categoria rifiuti urbani tessili e la richiesta che entro il 2025 tutti i paesi si dotino di un sistema di gestione di questi. </em></p>
<p><em>Dall’altra, abbiamo un’attenzione sociale verso tecnologie per l’ambiente. Molti brand investono oltre che nella ricerca estetica, nelle combinazioni di valori sul prodotto e la promozione della loro vision sul tema sostenibilità. Finalmente molte collezioni raccontano esplicitamente i materiali o i produttori con cui collaborano per dare visibilità alla loro scelte sostenibili. Il tabù di non svelare i propri fornitori per molti sta cadendo per invece mostrare le scelte consapevoli che sono state fatte.  L’ ingredient branding diventa una strategia di marketing della moda e soprattutto del lusso. </em></p>
<p><em>Oggi possiamo classificare le collezioni anche secondo il loro impatto ambientale, vision sulla sostenibilità e progetti di innovazione. </em></p>
<p><em>Motivo per cui molte aziende del tessile-moda stanno diventando bcorp. </em></p>
<p><em>Terzo elemento di questa forte tendenza verso la sostenibilità è che siamo in un momento geopolitico che ci impone di stare molto attenti ai consumi (energetici e di materie prime), per cui è stata naturale questa inversione di tendenza. </em></p>
<p><em>Tutto ciò confluisce nella sostenibilità non solo come trend, ma come opportunità da cogliere. </em></p>
<p><em>Molti progetti pensati negli ultimi 5 anni dagli imprenditori del settore tessile moda, ma anche da altri settori, trovano finalmente riscontro in senso reale di mercato dei consumatori.</em></p>
<p><em>Oggi la sostenibilità nel mondo tessile-moda è riconosciuta attraverso nuove forme di circolarità. Se prima è stata un’industria dall’ economia lineare (utilizzo, consumo, rinnovo), adesso si vuole avviare un’industria circolare, seguendo tre direttrici:</em></p>
<p><strong><em>Seconda mano</em></strong><em>: utilizzo dei capi che poi possono rimessi in circolazione tramite il dono o la vendita (aprendo lo scenario del vintage reselling).</em></p>
<p><strong><em>Upcycling</em></strong><em>: capi non destinati al vintage di pregio ma che possono essere rivalorizzati superando il concetto di stagionalità. </em></p>
<p><strong><em>Riciclo tessile</em></strong><em>: Un materiale o capo può essere rielaborato per diventare di nuovo un bene virtuoso in tre modi: il primo è il riciclo della fibra stessa nel tessile come ad esempio cashmere o nylon riciclato.</em></p>
<p><em>Altrimenti è possibile il riciclo per settori diversi in quanto il materiale risultante viene compattato per ad esempio l’edilizia, in ultima opzione si stanno studiando formule di riciclo mirate a valorizzare nuovi settori per lo sfruttamento energetico, l ’uso dei coloranti derivati ecc. </em></p>
<p><em>Siamo nella prima fase di un percorso in cui il riciclo tessile è diventata un’opportunità di business e di scelta di vita. È un tema di movimento culturale perché di riciclo tessile si parlava già dal 1850 nel pratese. </em></p>
<p><em>Ci tengo a far comprendere come tutte le informazioni sulla sostenibilità nel fashion di cui leggiamo oggi sono valide solo se sono il risultato di una filiera produttiva virtuosa in cui il primo contributo sta nella scelta di fornitori competenti in materia. Come consumatori siamo tenuti tutti nel nostro interesse a informarci e imparare i nuovi prodotti sul mercato. </em></p>
<p><em>Post Covid sono varie le iniziative di finanza agevolata che con i giusti professionisti possono sostenere la ricerca e la promozione di collezioni nate dallo spirito dell’ecodesign. </em></p>
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		<title>Brand etici e sostenibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 13:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dare una nuova vita agli oggetti, anziché gettarli. Sono sempre più i brand che perseguono</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/brand-etici-e-sostenibili/">Brand etici e sostenibili</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dare una nuova vita agli oggetti, anziché gettarli. Sono sempre più i <strong>brand </strong>che perseguono una filosofia etica e sostenibile, orientati all’<strong>economia circolare</strong>, che scelgono di trasformare i propri scarti di produzione in nuovi prodotti con un pay back davvero interessante in termini di benefici economici, oltre che ambientali.</p>
<p>In questo articolo ne citerò solo alcuni di diversi settori merceologici, ma è chiaro che la <a href="https://www.marziachiesa.it/gli-strumenti-necessari-per-diventare-unazienda-sostenibile/"><strong>transizione green</strong></a> stia diventando un’esigenza prioritaria per moltissime aziende, che, tramite progetti innovativi, non solo hanno la possibilità di mitigare l’impatto ambientale della propria attività in conformità con le migliori pratiche di <strong><em>Corporate Social Responsibility</em></strong>, ma anche di ottenere importanti risparmi in termini di risorse, siano esse naturali o economiche.</p>
<p><strong>FOOD</strong></p>
<p>Il settore del food è uno dei primi che si è mosso in termini di <strong>sviluppo sostenibile</strong> grazie all’avvento degli alimenti <strong>bio</strong> e della<strong> tracciabilità di filiera</strong>, detenendo il primato di progetti a basso impatto ambientale.</p>
<p>Alcuni studi dimostrano infatti che almeno 1/3 della produzione alimentare venga riutilizzata, trasformando i rifiuti in nuove risorse.</p>
<p>La sfida dell’<strong>Economia Circolare</strong> è quindi senza dubbio prioritaria per il sistema agroalimentare mondiale e anche nazionale. E lo dimostrano i numerosi colossi nostrani del food, tra cui <strong>Lavazza</strong>, che collabora attivamente con il Politecnico di Torino e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, per creare prodotti riutilizzabili (come ad esempio le capsule); o <strong>Ferrero </strong>che ha messo a punto un processo in grado di riutilizzare in ottica circolare un materiale normalmente di scarto, il guscio delle nocciole, estraendone una fibra prebiotica molto interessante, l’Axos, che ha proprietà antiossidanti ed effetti benefici su sistema immunitario, cardiovascolare e sul metabolismo dei lipidi.</p>
<p><strong>FASHION</strong></p>
<p>Anche l’industria della moda, spinta dal desiderio di diminuire il proprio<strong> impatto ambientale</strong>, ha cercato negli ultimi anni un’alternativa ai materiali di origine fossile e animale da utilizzare nel tessile.</p>
<p>Questa tendenza ha spinto molte aziende di <strong>haute couture</strong>, ma anche di <strong>fast fashion</strong>, a realizzare collezioni di abiti e accessori partendo proprio dai materiali esistenti, mixandoli, ripensandone i volumi e le proporzioni, ispirati dalla possibilità di creare pezzi unici e irripetibili e, al tempo stesso, di avviare il proprio percorso creativo verso una strada sempre più sostenibile e rispettosa dell’ambiente e delle persone.</p>
<p>Tra i brand sostenibili più impegnati nella tecnica dell<em>‘upcycling, </em>ovvero della trasformazione di ciò che è considerato rifiuto in una nuova risorsa per un altro ciclo produttivo, vi è ad esempio <strong>Stella McCartney</strong>, che ha lanciato la sua luxury label nel 2011 con l’intento di offrire capi glam, con fibre naturali o sintetiche, partendo dai tessuti dead stock.</p>
<p>L’italiana <a href="https://www.marziachiesa.it/italia-does-it-better-un-futuro-verso-la-sostenibilita/">Gucci</a>, che già dal 2015, ha iniziato il proprio percorso di Sostenibilità lanciando la propria iniziativa per ridurre l’impatto ambientale e annunciando la scelta di seguire la filosofia fur free, ha lanciato la piattaforma “Equilibrium” per monitorare e comunicare i suoi progressi sociali e ambientali, ai quali si aggiunge la scelta radicale di diventare completamente carbon neutral.</p>
<p>O ancora il brand Pangaia, che redige un report, consultabile anche dal sito, sull’impatto ambientale della produzione e sulla propria visione, in continua evoluzione, per il divenire; la mission è quella di diventare un’azienda “Earth Positive” che restituisce all’ambiente più di quanto dall’ambiente prende.</p>
<p><strong>FURNITURE</strong></p>
<p>Anche il settore dell’arredamento si è mosso in tal senso, con la nascita del <strong>design sostenibile</strong>.</p>
<p>Questo movimento creativo, conosciuto anche come <strong>ecodesign</strong>, nasce dall’urgenza di salvare il nostro Pianeta da livelli di inquinamento sempre più allarmanti.</p>
<p>La risposta dei designer contemporanei si è così concretizzata da un lato nella scelta di <strong>materiali ecosostenibili</strong> per lo sviluppo di progetti innovativi, dall’altro nel riutilizzo dei materiali.</p>
<p>L’ultimo esempio? Il colosso svedese dell’arredamento low cost, <strong>IKEA</strong>, che, nel corso del 2021, comincerà a vendere pezzi di ricambio per poter prolungare la vita dei propri articoli, contrastando lo spreco di risorse, con lo scopo di diventare, entro il 2030, <strong>un’azienda circolare</strong>, i cui prodotti possono cioè essere interamente riutilizzati, riparati o riciclati.</p>
<p>La<strong> sostenibilità</strong> è quindi un tema sempre più caro al mondo aziendale: oggi i brand che decidono di essere sostenibili ed etici, investendo in strategie green, non si limitano a essere positivi per l’ambiente e la comunità, ma si assicurano un vantaggio competitivo ed economico ormai comprovato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/brand-etici-e-sostenibili/">Brand etici e sostenibili</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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