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	<title>MODASOSTENIBILE Archivi &#8212; Marzia Chiesa</title>
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		<title>Se acquisti non rendere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2023 13:27:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I resi non dovrebbero diventare la normalità! Gli acquisti online ormai sono parte integrante del</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I resi non dovrebbero diventare la normalità</strong>!</p>
<p>Gli acquisti online ormai sono parte integrante del nostro modo di fare shopping e rendere i prodotti acquistati oggi è più semplice che mai. Le strategie di reso, nate come mezzo per incrementare la fiducia del consumatore all’acquisto online, hanno col tempo contribuito a sviluppare dei modelli di consumo nuovi e indubbiamente vantaggiosi per il cliente.  Eppure, queste politiche hanno un enorme <strong>impatto economico e ambientale</strong>, che spesso il consumatore finale non percepisce. La bassa percezione del consumatore circa l’impatto dei resi è confermato da una ricerca condotta in Gran Bretagna nel 2018, che identifica come il 9% dei consumatori acquisti con l’unico scopo di realizzare un contenuto social. Poi il prodotto viene immediatamente rispedito al venditore. Questo dato sale al 17% se si considerano i consumatori di età compresa tra i 35 e i 44 anni.</p>
<p><strong>L’impatto dei resi è duplice</strong>. Il primo danno è quello inflitto al pianeta. Basti pensare alle emissioni di CO2 derivanti dal trasporto e produzione di capi che non verranno mai utilizzati. Infatti, spesso i prodotti resi non possono essere rimessi in commercio. Come riportato dal Guardian con riferimento agli USA, ogni anno finiscono in discarica 2,3 miliardi di chili di resi, dato che incrementa esponenzialmente durante le festività.</p>
<p>Il secondo danno è quello arrecato all’economia. Si consideri infatti che ai brand il reso può costare fino al 66% del prezzo originario del prodotto. Questi costi sono derivanti dal mancato introito legato alla restituzione oltre che dalla necessità per l’azienda che riceve il reso di etichettare, ripulire e imballare il prodotto per una seconda o terza volta.</p>
<p>Per riassumere, nel gioco dei resi online <strong>non ci sono vincitori</strong>.</p>
<p>Il trend però sta cambiando. Le grandi imprese del fashion low cost, tra cui il brand fast fashion Zara, ma anche H&amp;M, Uniqlo e molti altri, hanno iniziato ad abbandonare la politica del reso gratuito, addebitando al consumatore un prezzo che va dai circa 3 ai 5 euro per effettuare la restituzione dei capi acquistati online. Sicuramente questa scelta è dovuta ad una necessità strategica, di cui sono complici l’aumento di costo delle materie prime e dei costi di trasporto. Eppure, queste nuove politiche di reso finiscono per essere anche amiche dell’ambiente, scoraggiando acquisti impulsivi e riducendo la quantità di emissioni e di rifiuti.</p>
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		<title>Fashion sustainability: nuovi materiali bio per una moda green e sostenibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 08:24:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La moda sostenibile studia nuove possibilità eco-sostenibili per realizzare abiti e accessori fatti con tessuti</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>moda sostenibile</strong> studia nuove possibilità eco-sostenibili per realizzare abiti e accessori fatti con tessuti completamente naturali e biodegradabili.</p>
<p>La <strong>fashion sustainability</strong> ambisce a realizzare abiti con materiali bio, come alghe, foglie di eucalipto, buccia d’arancia e foglie d’ananas.</p>
<p>Questa nuova frontiera del fashion non prevede solo processi produttivi, catene industriali e di distribuzione che rispettano i criteri della <strong>green economy</strong>, bensì ripensa e innova i materiali, sviluppando soluzioni a basso impatto ambientale.</p>
<p>Per quanto riguarda le <strong>alghe</strong>, vi porto l’esempio dell’azienda israeliana <strong>Algaeing </strong>che usa questo vegetale come componente principale di tutti gli articoli del suo brand. Le alghe vengono combinate con la cellulosa così da creare una nuova fibra tessile. Per tingere i capi viene poi utilizzato un colorante &#8211; sempre a base di alghe &#8211; completamente <strong>biodegradabile</strong>.</p>
<p>Anche la designer <strong>Scarlett Yang</strong> è riuscita a realizzare un abito sviluppando un <strong>biomateriale</strong> derivante da acqua ed estratto di alga.</p>
<p>Con le <strong>foglie di eucalipto</strong> viene invece realizzata una fibra nota come <strong>lyocell</strong> dal marchio di abbigliamento britannico <strong>Vollebak</strong>.</p>
<p>Mentre, per gli indumenti realizzati con gli <strong>scarti di frutta</strong> richiamo l’azienda svedese H&amp;M, che, in contrasto con la tendenza poco sostenibile del fast fashion &#8211; categoria a cui appartiene -, ha creato una linea di abbigliamento partendo dai rifiuti alimentari. Si tratta della linea <strong>Conscious Exlusive</strong>, composta di capi fatti di fibre ottenute dalle bucce d’arancia. Il risultato? Un tessuto alternativo alla seta, 100% green. Inoltre, sempre nella sua linea green, l’azienda impiega <strong>foglie di ananas</strong> e il <strong>bloom foam</strong>, una schiuma che può essere utilizzata per creare suole delle scarpe partendo dalla macerazione delle alghe.</p>
<p>Semplicemente idee geniali ed innovative che danno nuova vita agli scarti alimentari e ripensano i materiali, rendendo una delle industrie più inquinanti, un po’ più sostenibile.</p>
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		<title>Italia does it better: un futuro verso la sostenibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 10:10:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I prossimi anni vedranno un giro di affari e uno sviluppo economico pari a svariati</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I prossimi anni vedranno un giro di affari e uno sviluppo economico pari a svariati miliardi di euro nel settore della <strong>sostenibilità</strong> e dell&#8217;<strong>energia pulita</strong>, ovvero l&#8217;<strong>economia circolare</strong>.</p>
<p>La transizione sarà da un&#8217;economia fondata sui <strong>carburanti fossili </strong>e sulla distruzione dell&#8217;ambiente, verso un’economia basata su <strong>fonti energetiche pulite</strong> e <strong>rinnovabili</strong>, oltre che su <strong>pratiche sostenibili</strong> nella gestione delle nostre aziende e nel nostro stile di vita.</p>
<p>Nel prendere le distanze dall’economia della distruzione, oggi abbiamo l&#8217;occasione di rinunciare a un modello di capitalismo distruttivo di tipo &#8220;<strong>shareholder</strong>&#8221; &#8211; basato esclusivamente sull’incremento dei profitti a beneficio degli azionisti &#8211; per adottare invece un modello di capitalismo &#8220;<strong>stakeholder</strong>&#8221; attento agli interessi di tutti, grazie al quale potremo continuare a costruire il nostro futuro senza correre il rischio di annientarci.</p>
<p>L&#8217;Italia è la patria naturale di questa forma di <strong>capitalismo umanistico</strong>. Per oltre sei secoli infatti è stata il luogo dove l&#8217;<strong>innovazione</strong> nelle scienze e nelle tecnologie si è sposata ai principi dell&#8217;umanesimo.</p>
<p>Per poter beneficiare dei vantaggi derivanti dalle attività che convergono nell&#8217;<strong>economia circolare</strong> e fanno progredire il nostro<strong> capitalismo</strong>, occorre creare soluzioni sostenibili per le industrie più inquinanti del pianeta, tra le quali la <strong>moda</strong>, l&#8217;<strong>agricoltura</strong>, l&#8217;i<strong>ndustria automobilistica</strong> e i <strong>trasporti</strong>: tutte industrie che rappresentano un punto di forza o di eccellenza per l&#8217;Italia.</p>
<p><strong>La moda</strong></p>
<p>Sebbene non sia il primo settore a cui si pensa quando si parla di <strong>impatto ambientale</strong>, la moda è responsabile del 10% delle emissioni di <strong>ossido di carbonio</strong> a livello mondiale e del 20% della produzione di <strong>acque di scarico </strong>(per intenderci, più di tutti i voli internazionali e trasporti marittimi messi insieme).</p>
<p>In questo scenario, alcuni brand hanno adottato però un approccio più sostenibile per le loro produzioni.</p>
<p><strong>Gucci</strong>, per esempio, ha dimostrato che si può crescere e incrementare i profitti e allo stesso tempo far uso di <strong>energie rinnovabili</strong> al 100%, adottando una <strong>filiera più sostenibile</strong> in tutto l&#8217;universo dell&#8217;alta moda. L’impegno sostenibile del brand è racchiuso in &#8220;<a href="https://equilibrium.gucci.com/"><strong>Gucci Equilibrium</strong></a>&#8220;, un portale di nuova generazione che si propone di influenzare pensiero e consumi delle generazioni più giovani.</p>
<p><strong>Il settore agroalimentare</strong></p>
<p>L&#8217;<strong>agroalimentare </strong>è un altro settore di eccellenza per l&#8217;Italia, che tuttavia contribuisce fortemente ai cambiamenti climatici e ne subisce le conseguenze più deleterie. Le <strong>alterazioni climatiche</strong> infatti possono avere un impatto devastante sull’agricoltura.</p>
<p>Una delle aziende vinicole più celebri in Italia, <a href="http://www.gajadistribuzione.it/"><strong>Cantina Gaja</strong></a>, sta avviando nuovi interventi pionieristici nei vigneti, basati sulla sostenibilità, che potrebbero diventare un modello per le aziende vinicole nella lotta ai cambiamenti climatici.</p>
<p>L&#8217;agricoltura è dunque un’industria sporca che può essere ripulita, in ogni parte del mondo, grazie all&#8217;applicazione di <strong>nuove metodologie sostenibili</strong> per dare vita ad una nuova generazione di imprenditori agroalimentari in Italia.</p>
<p><strong>I trasporti</strong></p>
<p>Il 90% del volume delle merci si sposta via mare in giro per il mondo, tuttavia i <strong>trasporti marittimi</strong> richiedono quasi 300 milioni di tonnellate di olio combustibile pesante ogni anno. Con l&#8217;intensificarsi degli scambi commerciali si prevede che le emissioni nocive dei <strong>trasporti internazionali </strong>aumenteranno quasi del 250% nei prossimi 30 anni.</p>
<p>Per competere con i costruttori e spedizionieri asiatici – che al momento detengono il mercato dei trasporti marittimi &#8211; l&#8217;industria italiana non deve soltanto puntare a costruire navi più grandi, più veloci, o più economiche, bensì ad assumere il ruolo di <strong>vero innovatore</strong> per accompagnare l&#8217;intero settore un <strong>futuro di sostenibilità</strong>. L&#8217;industria delle spedizioni sarà costretta a convertirsi alla <strong>sostenibilità</strong>, in base agli accordi internazionali sul clima.</p>
<p>Se le aziende italiane saranno capaci di prendere l&#8217;iniziativa nello sviluppo di nuove tecnologie per una navigazione più pulita e <a href="https://www.marziachiesa.it/impresa-sostenibile/">sostenibile</a>, ogni volta che uno di questi giganti del mare attraverserà gli oceani, i profitti si riverseranno sulle città costiere del mar Ligure e del mar Adriatico.</p>
<p>Se l&#8217;Italia dunque saprà cogliere le <strong>nuove opportunità </strong>e la <strong>digitalizzazione</strong>, il futuro è a portata di mano.</p>
<p><em>(Tratto da un articolo di Alec Ross – Distinguished Visiting Professor, Bologna Business School &#8211; per L’Economia, voce economica del Corriere della Sera. Titolo originale articolo: “Moda, cibo, auto. Ricominciate da lì”)</em></p>
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