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	<title>IMPRESA Archivi &#8212; Marzia Chiesa</title>
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	<title>IMPRESA Archivi &#8212; Marzia Chiesa</title>
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		<title>Crescono le startup tecnologiche guidate da donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 08:57:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’imprenditoria femminile cresce in Italia, mostrando dati incoraggianti: secondo i dati forniti da InfoCamere per</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>imprenditoria femminile</strong> cresce in Italia, mostrando dati incoraggianti: secondo i dati forniti da InfoCamere per l’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile sono <strong>2 mila le startup innovative femminili</strong> registrate a fine 2022, 572 in più rispetto a fine 2019.</p>
<p>L’emergenza sanitaria degli ultimi anni ha spinto molte donne a dar vita a questa tipologia d’impresa innovativa, specializzata nello sviluppo, nella produzione e nella commercializzazione di <strong>prodotti o servizi tecnologici</strong>. Infatti, il <strong>13,6%</strong> delle startup registrate nel nostro Paese è guidato da imprenditrici.</p>
<p>Ciò conferma il trend di crescita nella quota di figure femminili che vuole investire in settori tech ed innovativi, dove oggi è ancora difficile parlare di parità di genere, poiché forte è la presenza maschile. La speranza è che questo trend possa avvicinare sempre più donne alle <strong>discipline STEM</strong>, molto richieste dalle imprese.</p>
<p>Le Regioni dove è maggiore la presenza di imprenditrici donne sono: la Lombardia, seguita dal Lazio, dalla Campania e dall’Emilia Romagna. Queste regioni insieme registrano <strong>oltre il</strong> <strong>50%</strong> del totale delle imprese innovative a conduzione femminile. Mentre al Centro e nel Mezzogiorno, le donne rappresentano <strong>oltre il</strong> <strong>23%</strong> dell’imprenditoria totale.</p>
<p>I <strong>settori</strong> a maggior tasso di femminilizzazione sono quello dei servizi (in cui le imprese femminili sono oltre la metà), la sanità e assistenza sociale (37,21%), l’istruzione (30,92%), le attività dei servizi di alloggio e ristorazione (29,21%) e l’agricoltura (28,13%).</p>
<p>Numeri che spero possano crescere ulteriormente nei prossimi anni.</p>
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		<title>Transizione green: le imprese ci credono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 15:23:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al centro delle realtà imprenditoriali italiane vi sono: sostenibilità e attenzione all’ambiente. Tre aziende su</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al centro delle realtà imprenditoriali italiane vi sono: <strong>sostenibilità e attenzione all’ambiente</strong>. Tre aziende su quattro chiedono al Governo di puntare in questa direzione, promuovendo la transizione green.</p>
<p>I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per il nostro Paese e per il mondo. Per superare queste sfide, l&#8217;UE ha adottato il <strong>Green Deal europeo</strong>, delineando una strategia di crescita che trasformerà l&#8217;Europa in un&#8217;economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva.</p>
<p>È una sfida quella della <strong>transizione ecologica</strong> che viene vista oggi dalle imprese come un’opportunità per trasformare il proprio business in chiave <strong>green</strong>. Un percorso con tanti ostacoli che si scontra in Italia con le innegabili difficoltà e rallentamenti causati dalla burocrazia.</p>
<p>Nonostante questo, dall’indagine realizzata dalla <strong>Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da EY</strong>, presentata a <strong>Ecomondo-Key Energy</strong>, “<strong>Le imprese italiane e la transizione ecologica</strong>”, emerge che: il <strong>45%</strong> delle imprese presta un livello elevato di attenzione alla transizione ecologica, il <strong>41%</strong> un livello buono e solo un <strong>14%</strong> sostiene di non essere per nulla attento.</p>
<p>La ricerca analizza un campione di 1.000 imprese italiane e fornisce una immagine di come queste ultime stiano vivendo la transizione ecologica in un periodo di incertezza sul futuro economico ed energetico. Uno dei risultati più interessanti? Le imprese percepiscono la transizione ecologica come un’<strong>opportunità strategica</strong>.</p>
<p>Stiamo parlando di un <strong>processo reale che coinvolge le imprese italiane</strong>, e che pone alla propria base i temi della transizione climatica e dell’economia circolare. Tematiche ambientali epocali e sfide di competitività e mercato, che interessano più che mai le imprese italiane.</p>
<p>I principali benefici riscontrati con la transizione ecologica riguardano, secondo il parere delle imprese, la <strong>riduzione dei costi operativi</strong> (27%), il <strong>miglioramento reputazionale</strong> (24%) e il <strong>consolidamento di partnership</strong> (15%).</p>
<p>Tuttavia, i benefici più grandi che rischiano di cadere in secondo piano sono la <strong>tutela ambientale</strong> e la <strong>salvaguardia delle</strong> <strong>risorse</strong>, per assicurare un futuro green e sostenibile.</p>
<p>Un percorso che ha ancora bisogno di spazio per prendere forza e corpo, insomma, ma che quantomeno si è già innescato.</p>
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		<title>La svolta Green parte dall&#8217;impresa: la mia intervista per Forbes Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2021 10:14:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come rivoluzionare il settore del water management a favore di una reale e concreta sostenibilità? A</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come rivoluzionare il settore del water management a favore di una reale e concreta sostenibilità?</p>
<p>A questa domanda ho risposto in questa intervista realizzata per <a href="https://forbes.it/">Forbes Italia</a> in cui racconto dell’importante transizione green che stiamo attuando in <a href="https://sodai.com/">Sodai</a>, investendo in ricerca, sviluppo e patrimonio umano.</p>
<p>Di seguito l&#8217;articolo completo, disponibile anche nell&#8217;edizione di Settembre!</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-674" src="https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/1-1.png" alt="" width="1100" height="1300" srcset="https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/1-1.png 1100w, https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/1-1-768x908.png 768w, https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/1-1-585x691.png 585w" sizes="(max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-676" src="https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/2-2.png" alt="" width="1100" height="1300" srcset="https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/2-2.png 1100w, https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/2-2-768x908.png 768w, https://www.marziachiesa.it/wp-content/uploads/2021/09/2-2-585x691.png 585w" sizes="(max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/la-svolta-green-parte-dallimpresa-la-mia-intervista-per-forbes-italia/">La svolta Green parte dall&#8217;impresa: la mia intervista per Forbes Italia</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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		<title>Perché l’economia circolare fa bene al business</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 15:25:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’ultimo rapporto Legambiente, l’Economia Circolare è una scelta strategica per le aziende che decidono</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Secondo l’ultimo rapporto Legambiente, l’Economia Circolare è una scelta strategica per le aziende che decidono di intraprendere questo percorso. Ecco perché.</em></p>
<p>L’<strong>economia circolare </strong>costituisce un nuovo paradigma economico emergente in grado di sostituirsi a modelli di crescita incentrati su una visione lineare, puntando ad una riduzione degli <strong>sprechi</strong> e ad un radicale ripensamento nella concezione dei prodotti e nel loro uso nel tempo.</p>
<p>Una sfida importante per il sistema produttivo e per la società, che richiede di adottare attività e processi di produzione e di consumo sostenibili e in grado di gestire in modo consapevole ed efficiente le risorse del Pianeta.</p>
<p>L’<strong>Italia</strong> può fare da apripista in questa nuova rivoluzione industriale e di pensiero, con le molteplici aziende che già da tempo credono in percorsi di <strong>sostenibilità</strong> mettendo in pratica comportamenti che le rendono più responsabili e consapevoli dei loro modelli di business, nonché più competitive.</p>
<p>Se applicata ai processi aziendali l’<strong>economia circolare</strong> può creare un modello di sviluppo completamente nuovo e proficuo, in grado anche di ridurre gli sprechi attraverso l’<strong>efficienza energetica</strong> e un uso più responsabile delle<strong> materie prime</strong>.</p>
<p><strong>Riuso</strong>, <strong>riciclo</strong> e <strong>recupero </strong>sono le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di <strong>sostenibilità</strong>, <strong>innovazione</strong> e <strong>competitività</strong>, in uno scenario in cui i rifiuti si trasformano da problema in risorsa.</p>
<p>A confermare questa idea, l’ultimo rapporto <a href="http://www.legambiente.i"><strong>Legambiente</strong></a> sui principali benefici che hanno ottenuto alcune aziende italiane intraprendendo un modello di business circolare, di cui riporto le notevoli percentuali che ne emergono.</p>
<p>L’88,5% delle aziende intervistate ha affermato che l’economia circolare ha comportato un miglioramento della <strong>reputazione aziendale</strong>, il 69,2% ha affermato che è migliorata la <strong>motivazione del personale </strong>e la <strong>varietà dei prodotti/servizi offerti</strong>.</p>
<p>Il 65,4% ha constatato che si è avuto un <strong>riposizionamento del brand</strong>, il 52% è entrato in <strong>nuovi mercati</strong>, il 47% ha aumentato la <strong>quota di mercato</strong>, mentre il 44% ha riscontrato una <strong>riduzione dei costi</strong>.</p>
<p>Il 34% ha affermato che uno dei principali benefici è stato una <strong>struttura dei costi più stabile</strong>, il 12,2% <strong>allineamento con la concorrenza</strong> ed infine, l’8,2% ha evidenziato un’<strong>agevolazione al credito</strong>.</p>
<p>L’<strong>economia circolare</strong> si configura dunque come una scelta strategica per le <a href="https://www.marziachiesa.it/impresa-sostenibile/">aziende</a> che decidono di avviare questa transizione essendo tra le altre cose, come detto, un potenziale vantaggio competitivo che genera un’importante valore aggiunto rispetto ai propri competitors, in una prospettiva di diversificazione, di individuazione di nuove forme di efficienza, di riduzione dei costi e di ampliamento del proprio mercato di riferimento.</p>
<p>È utile ricordare infine che tale sfida deve essere supportata da un indirizzo e un coordinamento a livello nazionale ed europeo, che metta in campo le norme e gli strumenti economici e rimuova le barriere per la nascita di una vera e propria rivoluzione circolare in Italia e in Europa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/perche-leconomia-circolare-fa-bene-al-business/">Perché l’economia circolare fa bene al business</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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		<title>Il parere di Antonio Buzzi, Vice Presidente FEDERBETON, sulla transizione ecologica nella filiera del cemento e del calcestruzzo</title>
		<link>https://www.marziachiesa.it/il-parere-di-antonio-buzzi-vice-presidente-federbeton-sulla-transizione-ecologica-nella-filiera-del-cemento-e-del-calcestruzzo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 May 2021 16:24:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia è uno dei Paesi più avanzati in materia di economia circolare, tuttavia molte sono</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/il-parere-di-antonio-buzzi-vice-presidente-federbeton-sulla-transizione-ecologica-nella-filiera-del-cemento-e-del-calcestruzzo/">Il parere di Antonio Buzzi, Vice Presidente FEDERBETON, sulla transizione ecologica nella filiera del cemento e del calcestruzzo</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è uno dei Paesi più avanzati in materia di <strong>economia circolare</strong>, tuttavia molte sono ancora le potenzialità per la <strong>filiera del cemento e del calcestruzzo</strong>.</p>
<p>Si tratta infatti di una grande opportunità per tutte le aziende della rappresentanza industriale dei processi a valle del cemento che desiderano ridurre il proprio<strong> impatto ambientale</strong>, sfruttando <a href="https://www.marziachiesa.it/la-filiera-del-cemento-come-esempio-virtuoso-di-economia-circolare/">materiali sempre più intelligenti</a> e green.</p>
<p>Ha approfondito l’argomento <strong>Antonio Buzzi</strong>, Direttore Operativo (COO) della <strong>Buzzi Unicem Italia</strong> e Vice Presidente e Coordinatore della Commissione Ambiente ed Economia Circolare <strong>FEDERBETON</strong>, in una interessante intervista di Andrea Dari per il portale <a href="https://www.ingenio-web.it/29907-cemento-co2-costa-oggi-30t-indispensabili-meccanismi-di-carbon-border-adjustment"><strong>Ingenio</strong></a> di che riporto per voi.</p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Quanto incide oggi la CO2 sul prezzo del cemento? Negli altri Paesi in cui siete presenti cosa si sta facendo?</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>I conti sono presto fatti. Anche prendendo a riferimento l’ambizioso fattore emissivo di riferimento (benchmark) per il settore del cemento, recentemente definito a livello EU in 0,693 tCO2/tcemento, e tenuto conto delle ultime quotazioni dei diritti di emissione di CO2, in assenza di allocazioni gratuite di diritti di emissione (a cui progressivamente si sta tendendo), ci avviciniamo ad un extra costo di quasi 30 eur/ton di cemento, valore questo che porta a raddoppiare i costi variabili produttivi.</em></p>
<p><em>Se in aggiunta consideriamo che questo impatto economico è quadruplicato in tre anni, si può ben comprendere quanto la cosa rischi di diventare insostenibile da qui in avanti, per altro non essendo pensabile ribaltare tali extra costi sul prodotto venduto, come invece accade per esempio per l’energia elettrica. I produttori di cemento dunque subiscono un duplice impatto economico: uno diretto, legato alle proprie emissioni di CO2 ed uno indiretto connesso ai propri consumi energetici. </em></p>
<p><em>Ogni Paese ed ogni produttore, è sottoposto alle regolamentazioni locali e ciascuno decide in base alle proprie politiche di gruppo come orientare le proprie scelte. Tuttavia, proprio in virtù di orientamenti associativi virtuosi, riterrei di poter dire che il nostro settore è globalmente orientato a migliorare costantemente il proprio footprint ambientale.</em></p>
<p><strong><u>L&#8217;uso dei rifiuti solidi urbani nella produzione del Cemento</u></strong></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Uno dei temi forti e più controversi &#8211; soprattutto dal punto di vista politico nazionale e locale &#8211; riguarda l’uso dei rifiuti solidi urbani all’interno del ciclo di produzione del cemento. In molti paesi questa soluzione ha risolto due problemi, la gestione dei rifiuti e il consumo di combustibili fossili. In Italia spesso viene osteggiata (così come la realizzazione di termovalorizzatori). Perché si tratta di una soluzione verde? Perché non comporta problemi di inquinamento come alcuni credono?</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>I combustibili derivanti dal processamento di rifiuti possono essere utilizzati nelle cementerie, quale alternativa sostenibile a quelli fossili, nel quadro più generale delle politiche europee per la creazione e promozione della c.d. “economia circolare” e nel rispetto della gerarchia europea dei rifiuti, ponendosi a valle di forme di riutilizzo e riciclaggio più virtuose, ma certamente non con queste in contraddizione, evitando in questo modo forme di smaltimento in discarica o termodistruzione.</em></p>
<p><em>Essi derivano dal recupero di quella frazione dei rifiuti che, al termine della raccolta differenziata, non può essere riutilizzata o riciclata.</em></p>
<p><em>In particolare, tali materiali, per essere impiegati quali combustibili nelle cementerie e in altri impianti (come le centrali termoelettriche), vengono attentamente selezionati, lavorati e trasformati in coerenza con la normativa vigente. Si tratta di una forma di recupero di materiali, comunque esistenti, il cui destino finale alternativo sarebbe lo smaltimento tramite l’incenerimento, il conferimento in discarica o l’export verso altri Paesi.</em></p>
<p><em>Considerato che il conferimento in discarica e l’incenerimento comportano emissioni di CO2 e/o altre sostanze, l’attività di co-combustione consente un immediato beneficio ambientale, nella misura in cui sostituire parte del combustibile fossile attualmente impiegato nei forni con combustibili di recupero, significa sottrarre rifiuti alla discarica e all’incenerimento, evitando le corrispondenti emissioni in atmosfera. Inoltre la frazione di biomassa contenuta nei combustibili di recupero &#8211; non presente invece in quelli fossili &#8211; è carbon neutral rispetto alle emissioni di CO2. Al contrario, nel caso del conferimento in discarica, si generano significative emissioni di metano dovute alla degradazione della componente organica dei rifiuti, che ha un effetto serra almeno 21 volte maggiore a quello generato dalla CO2.</em></p>
<p><em>Inoltre gli effetti di tale combustione e le sostanze che ne derivano sono perfettamente noti e determinati, in quanto costantemente monitorati in continuo (tramite sistemi SME) ed in discontinuo per i microinquinanti non riscontrabili “in diretta”, senza che residui alcuno spazio di incertezza per l’applicazione del principio di precauzione. In tal senso si è anche espresso il TAR con una recente sentenza.</em></p>
<p><strong><u>Evoluzione della composizione dei cementi</u></strong></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Sempre per quanto riguarda i leganti, vi è una ricerca quanto mai attiva dedicata alle soluzioni tecnologiche che potrebbero consentire la sostituzione del clinker con altri materiali. Già oggi sono in commercio cementi di miscela in cui sono state introdotte materie prime seconde come le ceneri volanti, o le loppe. Ma ci sono studi in cui si prevede una sostituzione anche totale. Cosa ne pensi e ritieni che possa diventare una soluzione per i nuovi calcestruzzi verdi?</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>Le aggiunte attive come ceneri e loppe sono prodotti noti da decenni e già</em> <em>ampiamente impiegati nella produzione dei leganti idraulici e nel confezionamento dei calcestruzzi, tuttavia sono materiali “in via di estinzione”, almeno per quanto riguarda le ceneri volanti, o non sufficienti a livello globale per sostituire integralmente il clinker nei cementi. Certamente possono e continueranno a fornire un importante contributo per ridurre la componente clinker, ma non possono ritenersi l’unica soluzione. Sarebbe miope pensarlo.</em></p>
<p><em>Esistono oggi alcune soluzioni sul mercato, seppur molto di nicchia, basati prevalentemente su loppe e additivazioni alcaline, ma tali prodotti non rispondono ad alcuna norma europea, specialmente la EN 197-1, e non dispongono – a mia conoscenza – della marcatura CE. Non sono prodotti che possano rimpiazzare i normali cementi Portland ed il loro utilizzo è limitato ad applicazioni non strutturali.</em></p>
<p><em>Credo che si debba guardare in altre direzioni se pensiamo a produzioni globali, oggi già superiori a 4 miliardi di ton/anno. Non va inoltre dimenticato che nei calcestruzzi dovranno crescere significativamente le componenti di riciclato al proprio interno, agevolandone il mercato.</em></p>
<p><strong><u>Lo stato della produzione del calcestruzzo</u></strong></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Nel nostro settore spesso l&#8217;attenzione verde viene dedicata solo alla produzione di cemento, anche se sappiamo che le cementerie di oggi sono impianti industriali ad altissima tecnologia, con livelli di gestione delle emissioni che probabilmente nessun altro settore industriale ha raggiunto. Minore attenzione viene, a mio parere, dedicata però alla produzione del componente che più utilizza il cemento, ovvero il calcestruzzo. Vediamo così presenti sul mercato impianti di betonaggio con piazzali cementati, sistemi efficienti di raccolta d’acqua e abbattimento delle polveri, impianti tecnologici dotati di ogni sistema di protezione ambientale (e del rumore, e della sicurezza) e altri impianti in cui forse il componente più sano è la ruggine che pervade ogni struttura metallica. Non ritieni che per un settore così strategico (non esiste costruzione che possa essere realizzata senza usare il calcestruzzo, almeno per le fondazioni) si dovrebbero definire normative tali da consentire la permanenza sul mercato di impianti con un livello qualitativo più uniforme? </em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>Così come per le cementerie, anche per il calcestruzzo esiste un quadro normativo, seppur ancora migliorabile. Alla necessità del pieno rispetto delle norme, va aggiunto che essere sostenibili significa anche saper stare sul mercato effettuando investimenti orientati all’ambiente, al contenimento delle emissioni, al recupero completo delle acque, al contenimento del rumore, tutto in piena sicurezza per gli operatori di centrale e per l’indotto connesso. </em></p>
<p><em>Il quadro fornito dal Rapporto di sostenibilità 2019 di Federbeton mostra buone performance ambientali da parte del settore della produzione di calcestruzzo. Il 66% delle aziende rendicontate nel Rapporto è dotato di sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque di processo e di conteggio delle acque riutilizzate. La totalità delle aziende è dotata nei propri impianti di un sistema di raccolta delle acque meteoriche e di sistemi di raccolta e contenimento delle polveri. Infine oltre l’82% delle aziende rendicontate nel Rapporto è dotata di sistemi di mitigazione del rumore in impianto, previsti dalle norme solo laddove necessario.</em></p>
<p><strong><u>La certificazione CSC</u></strong></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>La certificazione CSC potrà essere la soluzione per una reale qualifica degli impianti produttivi? la sua complessità la porterà ad essere una soluzione applicata solo per gli impianti strategici? </em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>Si ritiene che questo tipo di certificazione possa fornire una svolta rispetto a soluzioni del passato che si sono dimostrate fallimentari. Come tutti i processi ambiziosi in contesti sfidanti, il rigore della certificazione CSC richiede un elevato impegno, che dovrebbe ripagare chi lo adotta degli sforzi compiuti e portare beneficio in particolare all’ambiente, a garanzia di determinati requisiti di sostenibilità richiesti da molte nuove opere innovative, che auspichiamo possano essere progressivamente più numerose. Il CSC è una certificazione di filiera e come tale dovrebbe spingere a rendere più virtuoso tutto il circuito di approvvigionamento e fornitura. Diventa dunque uno strumento per valorizzare quelle imprese che intendono investire per adattarsi all’evoluzione in corso, e stimolo per il miglioramento continuo della filiera.</em></p>
<p><strong><u>Riflessioni sulla vita utile delle opere </u></strong></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Rimaniamo sul tema del calcestruzzo e dell’economia circolare. Il calcestruzzo armato con acciaio (che sia in barre o fibre non è un problema) è un materiale facilmente riciclabile. Se una struttura è poi solo in calcestruzzo armato la frantumazione a fine ciclo porta a aggregati di riciclo di grandissima qualità e quindi molto facili per essere riutilizzati. Non ritieni quindi che si debba tenere conto in modo maggiore di questo valore quando una struttura arriva a fine ciclo di vita? oggi spesso si prolunga la vita dell’opera operando degli incamiciamenti con materiali che poi, quando si dovrà prima o poi demolire la struttura creeranno grandi problemi di riciclaggio.</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>Credo che si debbano considerare sempre tutte le soluzioni possibili. Gli “incamiciamenti” di cui parli sono probabilmente valide soluzioni di manutenzione straordinaria da adottare in talune circostanze, ad esempio in un contesto che non consenta la ricostruzione integrale di un’opera. Non lo ritengo dunque in contraddizione con la successiva eventuale demolizione e riciclaggio. Piuttosto, per agevolare correttamente il recupero di materia a partire da rifiuti di costruzione e demolizione, comprese le demolizioni del calcestruzzo stesso, diventa fondamentale agevolare e abilitare nuove tecnologie per demolizioni selettive che consentano una separazione ispirata alla “raccolta differenziata” che tutti noi facciamo a casa nostra. Altrettanto sarebbe opportuno che già in fase progettuale si pensi al fine vita dell’opera ed in conseguenza di ciò, la si progetti agevolando questo passaggio. Per fare ciò è necessario mettere al tavolo più soggetti della filiera assumendo dunque una visione olistica, anche nel settore delle costruzioni, verso una sempre maggiore circolarità dei vari business, rendendoli sempre più interconnessi. Stimoli e agevolazioni fiscali potranno essere di aiuto ad incentivare e avviare un nuovo approccio.</em></p>
<p><strong>Andrea Dari</strong></p>
<p><em>Resto sulla domanda precedente per renderla più complessa. Le infrastrutture in cemento armato post guerra, soprattutto negli anni sessanta e settanta sono spesso firmate da grandi progettisti: Nervi, Cestelli Guidi, Morandi … Sto parlando di ponti, stadi, edifici pubblici. Quando deve prevalere il valore «storico» di un’opera e quando deve prevalere invece la scelta di una sostituzione?</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>È una domanda a cui non so rispondere compiutamente, oltre ad essere forse più soggettiva che oggettiva. In generale potrei direi che ogni opera d’arte, se tale si tratta, è calata nel proprio momento storico e culturale di riferimento e come tale ha un valore intrinseco. Tale valore però – secondo il mio modesto parere – non si esprime solamente nella sua affermazione storica nel passato, ma deve essere “memoriale” su cui costruire il futuro, attivando nuove “sinapsi progettuali” e generando pensiero evolutivo, produttivo, ovvero arrivare a chiamare nuova arte, superamento della precedente e stimolo per chi verrà dopo, verso strutture e infrastrutture sempre più efficienti, ambientalmente integrate, socialmente utili. In una parola sempre più a misura d’Uomo.</em></p>
<p><strong>La deindustrializzazione</strong></p>
<p><strong>Andrea Dari </strong></p>
<p><em>Un’ultima domanda. Le politiche sulla CO2 richiedono investimenti. Le politiche sul contenimento delle emissioni richiedono investimenti. Le politiche di certificazione richiedono investimenti. La produzione nei Paesi virtuosi è in calo mentre crescono i mercati nei Paesi asiatici e africani. Quanto è importante la dimensione industriale di una company oggi per poter restare sul mercato e raccogliere tutte queste sfide, e quanto è importante il ruolo di sostegno che può esprimere il Paese (di sua provenienza) per restare sul mercato?</em></p>
<p><strong>Antonio Buzzi</strong></p>
<p><em>Gli investimenti sono fondamentali per “stare sul mercato”, ma il mercato è fondamentale a fornire le risorse necessario per compiere gli investimenti. Senza flussi di cassa positivi non ci sono investimenti. Può essere un circolo virtuoso o vizioso. Le aziende, indipendentemente dalla propria dimensione, arrivano fino a dove le proprie risorse interne lo consentono, dopodichè orientano le proprie scelte dove le sfide sono sostenibili e laddove il mercato sottostante è “generoso” o almeno vivace. Sta alla Politica comprendere come sostenere lo sviluppo di un Paese e sta alle imprese far comprendere alla politica in che modo e con quali investimenti i vari settori possono contribuire a favorire lo sviluppo dello stesso.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/il-parere-di-antonio-buzzi-vice-presidente-federbeton-sulla-transizione-ecologica-nella-filiera-del-cemento-e-del-calcestruzzo/">Il parere di Antonio Buzzi, Vice Presidente FEDERBETON, sulla transizione ecologica nella filiera del cemento e del calcestruzzo</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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		<title>3 step per rendere il vostro modello di business più sostenibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 11:55:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Herman Daly, padre della teoria dello sviluppo sostenibile diceva: “Sostenibilità significa giustizia estesa al futuro”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/3-step-per-rendere-il-vostro-business-sostenibile/">3 step per rendere il vostro modello di business più sostenibile</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Herman_Daly"><strong>Herman Daly</strong></a>, padre della teoria dello sviluppo sostenibile diceva: “S<em>ostenibilità significa giustizia estesa al futuro</em>”.</p>
<p>Ricordo un momento in cui, pensando proprio al futuro, ho cercato di concretizzare alcuni pensieri. Come potevo definire la sostenibilità un <strong>modello di business</strong>? Come infondere il pensiero sostenibile all’interno delle aziende?</p>
<p><strong>Vivere in modo sostenibile semplifica la vita e, diciamolo, ci fa anche sentire delle persone migliori! </strong></p>
<p>Ma, da imprenditrice, non posso non pensare anche al punto di vista del leader.</p>
<p>Il vecchio approccio al tema della <strong>sostenibilità</strong> rivelava due problematiche di base: nessuna applicazione commerciale diretta e scarsa credibilità tra i team tecnici e commerciali di un’azienda.</p>
<p>Certo, fare la scelta giusta non è sempre la scelta immediatamente più conveniente per un&#8217;azienda, ma sta rapidamente diventando l&#8217;unica scelta. <strong>Esistono infatti soluzioni destinate ad avere successo sia per l&#8217;ambiente che per il business!</strong></p>
<p>Una di queste è l’<strong>innovazione</strong>. Innovazione e sostenibilità non possono più viaggiare disgiunte poiché se cambia la domanda, deve cambiare anche l&#8217;offerta.</p>
<p>Al giorno d’oggi consumatori e clienti sono più consapevoli sul tema dell’<strong>economia circolare</strong> e prediligono le imprese che mostrano un forte impegno in campo sociale ed ambientale. Anche per questo per i leader diventa fondamentale attuare una<strong> transizione green aziendale</strong>.</p>
<p>Ecco <strong>3 step da seguire </strong>per trasformare il vostro <strong>modello di business</strong> e renderlo più sostenibile!</p>
<p>Per iniziare a definire un percorso verso la sostenibilità, è bene avere un’idea dello stato dell’arte. Se non misuriamo ciò che facciamo, non possiamo migliorarlo. È quindi fondamentale<strong> valutare il livello di Sostenibilità</strong> da cui stiamo partendo e definire una roadmap identificando gli obiettivi di miglioramento.</p>
<p>Quale ruolo riveste la propria azienda all’interno dell’ecosistema? Chi è, con chi lavora e cosa rappresenta? Alcune società sono fattori abilitanti di sostenibilità, altre sono generatori diretti, mentre altre ancora sono solo acceleratori.</p>
<p>È necessario quindi mettere insieme quanto già si fa ed evidenziare cosa non è sostenibile poiché la sostenibilità coinvolge tutto in azienda (persone, processi, procedure e prodotti).</p>
<p>Fatto questo, è necessario <strong>creare una cultura sostenibile aziendale</strong>. Ogni imprenditore deve partire da sé stesso e portare l’imput verso la propria struttura per dare il buon esempio.</p>
<p>Il coinvolgimento di tutte le persone dell’<a href="https://www.marziachiesa.it/impresa-sostenibile/">azienda</a> è importante. Ognuno di noi, assimilate le regole e le abitudini del nuovo stile di vita sostenibile, lo manterrà a casa propria, innescando una reazione a catena vincente.</p>
<p>Per diffondere il messaggio in tutta l&#8217;organizzazione, si possono poi utilizzare seminari, organizzare momenti dedicati, tutorial e qualsiasi tipo di strumento con cui si possano incuriosire i dipendenti. Creare lo spirito di squadra è fondamentale per il successo.</p>
<p>Il passo finale è quello di <strong>diffondere la cultura della sostenibilità</strong> anche ai soggetti che gravitano attorno alla propria società: partner, fornitori, clienti e utenti finali.</p>
<p>La <strong>sostenibilità</strong> è una delle tematiche che attualmente esercitano maggiore impatto sui conti di un&#8217;azienda.</p>
<p>Secondo un recente sondaggio , l&#8217;87% dei consumatori sarebbe disposto ad acquistare un prodotto, qualora l&#8217;azienda che lo realizza sostenga una causa che gli sta a cuore, mentre tre quarti dei consumatori (76%) non comprerebbero un articolo, se questo fosse fabbricato da un&#8217;organizzazione che agisce contro i loro principi.</p>
<p>Le organizzazioni devono quindi riflettere sulle loro <strong>pratiche sostenibili</strong> se vogliono cogliere i vantaggi di questo nuovo orientamento del mercato.</p>
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		<title>L’importanza della reputazione sostenibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marzia Chiesa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2020 12:21:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ESG]]></category>
		<category><![CDATA[IMPRESA]]></category>
		<category><![CDATA[IMPRESASOSOSTENIBILE]]></category>
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		<category><![CDATA[SOSTENIBILITA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la crescente importanza dei fattori ESG (Environmental, Social and Governance) &#8211; ovvero degli aspetti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/l-importanza-della-reputazione-sostenibile/">L’importanza della reputazione sostenibile</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la crescente importanza dei fattori <strong><u>ESG</u></strong> (<strong>Environmental</strong>, <strong>Social and Governance</strong>) &#8211; ovvero degli aspetti di natura ambientale, sociale e di governance &#8211; i criteri fondamentali per le valutazioni delle aziende sono stati aggiornati, premiando le imprese più <strong>resilienti</strong>, attente alla <strong>sostenibilità</strong> delle loro produzioni nel medio e nel lungo periodo.</p>
<p>Seppur non sia ancora stato dimostrato pienamente che le imprese con alti voti <strong>ESG</strong> siano più redditizie, è chiaro che esse siano più durevoli e meno rischiose. Un investitore accorto non può infatti non tenerne conto.</p>
<p>È quanto sostiene <strong>Enrico Parazzini</strong>, ex manager di <strong>Pirelli </strong>e <strong>Telecom</strong>, nonché docente alla <strong>SDA Bocconi</strong>, che in una recente intervista ha dichiarato: &#8220;<em>Le imprese non sono avulse dalla società che le circonda, hanno il dovere di rispondere ai loro azionisti. La rilevanza dei temi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance, ovvero di rispetto dei diritti individuali, della parità di genere, non consente più di distinguere tra stakeholder, clienti e fornitori, e i cittadini. Gli stakeholder sono tutti. La reputazione assume un&#8217;importanza decisiva. Più un&#8217;azienda è in sintonia con la comunità che la circonda, più esprime un valore intrinseco che forse il mercato prima o poi premierà</em>&#8220;.</p>
<p>La corsa verso la<strong> sostenibilità</strong> tocca tutti i settori dell&#8217;economia. Il traguardo di questa corsa è fissato al <strong>2030</strong>, data ultima per centrare i <strong>17 obiettivi</strong> di <strong>sviluppo sostenibile</strong> (<strong>SDG &#8211; Sustainable Development Goals</strong>) fissati dall&#8217;<strong>ONU</strong>, fondati sull’integrazione tra le tre dimensioni dello <strong>sviluppo sostenibile</strong> (ambientale, sociale ed economico), per assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta. Sfide comuni che tutti i paesi sono chiamati ad affrontare per sradicare la <strong>povertà</strong> in tutte le sue forme.</p>
<p>Gli <strong>SDG </strong>toccano diversi ambiti: dalla lotta alla fame, all’eliminazione delle <strong>disuguaglianze</strong>, dalla <strong>tutela delle risorse naturali</strong>, all’affermazione di <strong>modelli di produzione</strong> e <strong>consumo sostenibili</strong>.</p>
<p>Ecco gli <strong>obiettivi di sviluppo sostenibile</strong> nel dettaglio:</p>
<ul>
<li><strong>Povertà Zero</strong>.</li>
<li><strong>Fame Zero</strong>.</li>
<li><strong>Buona salute e benessere per le persone</strong>.</li>
<li><strong>Educazione paritaria e di qualità</strong>.</li>
<li><strong>Parità di genere</strong>.</li>
<li><strong>Acqua pulita e servizi igienico-sanitari</strong>.</li>
<li><strong>Energia pulita e accessibile</strong>.</li>
<li><strong>Lavoro dignitoso e crescita economica</strong>.</li>
<li><strong>Industria, Innovazione e Infrastruttura</strong>.</li>
<li><strong>Ridurre le disuguaglianze</strong>.</li>
<li><strong>Città e comunità sostenibili</strong>.</li>
<li><strong>Consumo e produzione responsabile</strong>.</li>
<li><strong>I cambiamenti del clima</strong>.</li>
<li><strong>Vita sott&#8217;acqua</strong>.</li>
<li><strong>Vita sulla terra</strong>.</li>
<li><strong>Pace, giustizia e istituzioni forti</strong>.</li>
<li><strong>Partnership per gli obiettivi</strong>.</li>
</ul>
<p>Per avere una fotografia del posizionamento odierno italiano in questo percorso, riporto il quadro descritto da <strong>Daniela Bernacchi</strong>, Segretario Generale del <a href="https://globalcompactnetwork.org/it/"><strong>Global Compact Network Italia</strong></a> (<strong>GCNI</strong>), organizzazione <strong>ONU </strong>costituitasi nel 2013 che promuove i Dieci Principi del <strong>Global Compact</strong> al livello nazionale ed è, altresì, impegnato nell’avanzamento degli Obiettivi globali di Sviluppo Sostenibile (SDG).</p>
<p>Se l’Italia è forte sugli obiettivi 7 (<strong>energia pulita</strong>) e 9 (<strong>industria, innovazione e infrastruttura</strong>), meno bene va la <strong>parità di genere</strong> (obiettivo 5).</p>
<p>A tal proposito Bernacchi ha dichiarato: “<em>L&#8217;Italia soffre di uno dei più bassi tassi di occupazione femminile a livello europeo, attorno al 52% delle donne in età lavorativa. Ma il tema è anche la rappresentatività: il 43% delle aziende italiane pensa che riuscirà a raggiungere la parità di genere a livello apicale (direttori e board) dopo il 2030, con 5 anni di ritardo rispetto alla media europea.</em>”</p>
<p>Una seconda priorità riguarda poi il lavoro informale e le catene di fornitura. Altro capitolo, il clima, dove le aziende italiane aderenti al GCNI mostrano un impegno superiore alla media europea.</p>
<p>“<em>Questo ci fa essere molto fiduciosi rispetto ai target fissati </em>&#8211; continua Bernacchi &#8211;<em>, le priorità sono l’uso efficiente dell’energia, l’integrazione di forme energetiche alternative, l’attenzione anche in fase di sviluppo di prodotto e impatto in termini di CO2.</em>”</p>
<p>Ad aderire al Global Compact Network Italia sono principalmente<a href="https://www.marziachiesa.it/con-spartan-tech-la-blockchain-diventa-democratica-anche-per-le-pmi/"><strong> grandi aziende</strong></a> d&#8217;eccellenza. Il che è al tempo stesso un vantaggio e uno svantaggio: “<em>Bisogna arrivare alle PMI, che in Italia sono prevalenti nel tessuto industriale. Tuttavia, il potere di influenza delle aziende leader è altrettanto importante.</em>”</p>
<p>“<em>In generale</em>, &#8211; conclude il Segretario Generale del GCNI &#8211; <em>la consapevolezza verso queste tematiche è cresciuta, non solo grazie ai movimenti dei giovani, ma perché se ne è compresa la necessità. Stiamo capendo che non c’è possibilità di ripresa senza sostenibilità: per ripartire, dobbiamo farlo in modo sostenibile</em>.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.marziachiesa.it/l-importanza-della-reputazione-sostenibile/">L’importanza della reputazione sostenibile</a> proviene da <a href="https://www.marziachiesa.it">Marzia Chiesa</a>.</p>
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